1970 - Immagini dal Rione Traiano

 

La crescita disordinata di un ghetto di periferia

nella Napoli del post miracolo economico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il quartiere Traiano di Marcello Canino
Distruzione di un modello

di Gianluca Frediani

Quest'articolo è stato tratto dalla rivista
Architettura Quaderni2, edita dalla sezione di
"Sperimentazione Progettuale" del Dipartimento di
Progettazione urbana dell'Università degli Studi di
Napoli Federico II.

 
Nel gennaio 1958 venne presentato alla stampa
napoletana i il progetto del nuovo quartiere Cintia a
Soccavo 2, il più ampio ed articolato intervento di
edilizia residen­ziale pubblica che, dalla fine della
seconda guerra mon­diale, doveva essere realizzato in
Italia.
 

La sua costruzione si inseriva organicamente in una
nuo­va politica urbanistica, varata dal Ministero dei
Lavori Pubblici, che mirava, finalmente, al
coordinamento globale delle attività costruttive
sovvenzionate dallo Stato, e che, attraverso un piano
nazionale, intendeva realizzare un sistema di
quartieri autosufficienti, sotto la guida di un
Comitato di Coordinamento per l’Edilizia Popolare
(CEP) appositamente costituito.

Tra i trentuno progetti avviati, quello per Napoli fu
affi­dato al prof. Marcello Canino , e prevedeva, in
pochi anni, la realizzazione di quasi 25.000 vani,
con attrezzature e servizi collettivi, su di una
superficie di circa 130 ettari, destinati
complessivamente ad una popolazione di 24.000
persone.

Doveva essere un grande quartiere modello, ispirato
al tentativo di costruire il volto moderno della
città, di realizzare una trasformazione urbana forte
e convincente nelle complessità di relazione che
voleva istituire fra na­tura ed architettura. Ma oggi
, ad oltre trenta anni di distanza, non possiamo che
registrare il completo fallimento di questo
intervento: la popolazione prevista è più che
raddoppiata, la viabilità primaria incompleta, il
verde pubblico abbandonato, le strutture sociali e
collettive mai costruite, il progetto originario
tradito ed alterato proprio nelle sue previsioni più
interessanti. Una situa­zione, questa attuale, che
non può che configurare uno dei quartieri a più alto
rischio sociale dell’intera città, con un elevato
livello di degrado umano e condizioni economiche
spesso disperate.

Risulta facile, con queste premesse, emettere severi
giu­dizi e critiche, anche feroci, come quelle spesso
avanzate sull’operazione urbanistica nel suo
complesso; ma mai ci si è curati di verificare la
effettiva rispondenza della realtà, quale oggi ci
appare, alle direttive originarie del piano,
confondendo quasi sempre le responsabilità dei
progettisti con quelle, politiche ed economiche, di
chi questo piano era tenuto a realizzare.

Il primo problema che sorge, quindi, nell’analisi del
quartiere Traiano, è proprio quello di ristabilire
una verità dei fatti e delle intenzioni, e,
ripercorrendo nel tempo gli episodi più significativi
della sua vita, giungere a delineare i contorni di
una vicenda che è tristemente emblematica della
realtà napoletana, ed italiana ancora, del secondo
dopoguerra. Per questo motivo, accantonando almeno
per ora il giudizio sui singoli interventi
architettonici, nonostante il loro interesse, si
vuole qui tentare, per la prima volta, una
ricostruzione dei complessi avvenimenti che hanno
condotto alla difforme realizzazione del quartiere
Traiano, e, tratteggiando insieme un quadro
complessivo dell’edilizia sovvenzionata di quegli
anni, liberare il campo da tutti quei pregiudizi che,
non sorretti da una adeguata conoscenza delle cose,
si sono accumulati a negare la giusta dimensione
storica e culturale che gli compete, fino quasi a
cancellarne la incomoda memoria. Perciò, a chi oggi
si scandalizza del fatto che l’intero quartiere fosse
stato costruito in contrasto col PRG del 1939 ,
occorre appena ricordare che questo piano e stato
usato solo come misero paravento per coprire le più
incredibili speculazioni edilizie degli anni
Cinquanta, e che la quasi totalità dell’edilizia
popolare, è stata, nel tempo, realizzata in completa
difformità da esso. Né, d’altro canto, sarebbe stato
possibile fare altrimenti, data l’inadeguatezza del
piano stesso e la sua sistematica contraddizione con
il Regolamento Edilizio del 1935.

Quanto poi alla tradizionale accusa, avanzata spesse
volte al progetto, di completa assenza di strutture
produtti­ve all’interno del quartiere stesso, occorre
ribadirne subito la assoluta infondatezza. Infatti,
attività artigianali e persino nuovi insediamenti
industriali, oltre quelli già esistenti, erano
previsti al contorno dalla più generale
pianificazione proposta dal nascente PRG del 1958, in
cui il quartiere venne inserito come area di
espansione urbana. Ed a ciò si aggiunga che lo stesso
Canino aveva previsto nell’insediamento una forte
presenza di attività terziarie: «Ma perché sia un
vero quartiere urbano, e non un quartiere dormitorio
occorre che siano favorite tutte quelle iniziative
che diano segno di vita attiva e queste
prevalentemente siano frutto di iniziativa privata. E
da prevedere che a servizio di una comunità di 30.000
abitanti si svolgano attività commerciali in discreto
numero, si aprano studi professionali, si richiedano
persone per la vita scolastica, per assistenza
medica, per attività amministrativa».